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PANDOLFINI SCULTORE
E' stato Leonardo Sciascia a richiamare più volte la necessità di colmare un vuoto, sulla storia della scultura in Sicilia; un vuoto tanto più assurdo, quanto più trascura tempi di maestri insigni, il periodo dei Gagini, dei Serpotta, fino ai nomi più recenti, Greco, Mazzullo ed altri, e una quasi segreta vocazione per la scultura che è parte integrante della mentalità siciliana.
Di quella tendenza a fermare nel momento le accensioni di una fantasia mediterranea, sulla quale si sono sedimentate influenze lontane, di oriente e di occidente, e che è volontà di dare forma al segreto teatro della vita.
La Sicilia è teatro, ma teatro in una sua accezione prevalentemente plastica, di scultura. Ed è rito.
La vita si rappresenta così, nel teatro del rito.
Emanuele Pandolfini respira questa cultura della sua terra d'origine e giovanissimo affronta il problema della scultura; come mestiere, come mano che abile segue nella creta e nel legno le tracce di un volto, che svolge nella società, Garibaldi, Il Cardinale Ruffíni, Vitaliano Brancati, fino allo splendido e dolcissimo ritratto di Anna.
Pensiamo al ritratto di Anna o alle esili figure di donne dove il segno così sicuro e plastico vibra sempre nel moto o brivido della luce; opere nelle quali viene così stilisticamente espresso - con quella malinconia e quel sorriso a cui risponde il senso armonioso dei contrasti, nel punto in cui non si annullano ma si trasfondono l'uno nell'altro - il senso delle sfumature di uno stato d'animo.
Per questa capacità di guardare alle figure di uomini e di cose con armoniosa purezza che non è distacco ma adesione di alta malinconia, ove i frammenti osservati dal vero hanno la levitazione del sogno, gli altri in cui si esprimono i sentimenti, appaiono reali e tuttavia oltrepassati: hanno la parvenza di un fatto di natura che porta in sé il suo significato particolare e il suo rapporto con l'universale.
Così la scultura di Pandolfini si allarga dall'area di questa sottile e pensosa adesione al volto dell'uomo, alla amara consapevolezza di una torsione delle forme, che si dilatano in un'espressività tesa che quasi spezza l'armonia nella ricerca di un diverso equilibrio: ci rìferiamo alle maschere (1957-58), ai tori, all'atleta (1965) abbiamo detto diverso equilibrio, ma forse è più legittimo dire effetto di una più tormentata visione della realtà e della scultura nella quale è possibile ritrovare l'eco delle trasformazioni del mondo, dei problemi dal Ritratto di fanciulla del 1945 agli altri sempre più numerosi negli anni, in una evocazione di figure e di mondi filtrati in una personalissima malinconia. Proprio a indicare nella ricerca della forma, questa volontà di incontro con l'altro, con la spiritualità sfuggente di una persona che non è mai la stessa nel mutare dei sentimenti e del tempo.
E la scultura muove da questa aderenza, o volontà di aderenza, ai tratti di un volto per poi seguirne le trasfigurazioni, che sono moti della sensibilità, e segni del ruolo dell'esistenza, l'ombra dì un segreto travaglio che investe la stessa idea della scultura.
La ricerca di vent'anni si apre verso nuove possibilità, interne al discorso di scultura, ma che soprattutto lo portano con sempre maggiore intensità a tentare altre strade, della pittura e del disegno, a ritrovare in altri linguaggi la coerenza di un suo umano itinerario che sempre è volontà di resistere alla tentazione della tristezza con la speranza di poter dare forma a un'idea armonica dell'esistenza.

Elio Mercuri

Le ultime fasi della realizzazione del busto del Cardinale Ruffini


Particolare di un centauro in bronzo


Realizzazione del busto del chirurgo Miceli


Cerimonia di presentazione del busto di Garibaldi alla presenza delle autorità di Bucarest