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Hanno scritto di lui:
 
S. Quasimodo G. Etna V. Apuleo
M.P. Basile A. Battistini P.S. Berni
B. Bigi V. Bodini A. Bovi
M. Calabrese R. Civello M.N. Ferrara L.P. Finizio
C. Giacomozzi R. Giani S. Giannattasio F. Grasso
V. Guzzi A. Izzo F. Miele U. Moretti
S. Orienti A. Paolini G. Patti C. Refice
A. Rossi P. Scarpa V. Sforza C. Segala
I.C. Sesti C. Soresi N. Tebano C. Terenzi
L. Trucchi D. Valente M. Venturoli L. Verzellesi
S. Fiume B. Caruso A. Spadaro M. Maiorino
M. Lunetta G. Baldacci M. Biancale S. Brancati
E. Bilardello E. Villa V. Martinelli S. Maovaz
G. Fusco V. Carratori V. Saviantoni L. Tallarico
V. Riviello G. Proietti A. Zamarion
Nuovo nelle sue rese di stile, certo, ma fedele ai risultati più << figurativi >> (delle immagini, intendiamo, e non delle similitudini, delle analogie) delle sue ricerche. Non sfuggirà la costante strutturale della sua composizione, la curva ellittica o il cerchio in cui vengono a concludersi i suoi ritratti. Perché in ritratti, in <<personaggi>> si estende l'ultima produzione del pittore, anche nei tentativi drammatici o di racconto, quando più figure escono dai loro curvi involucri a chiedere lo sguardo dell'osservatore. Questa è ancora la solitudine, la malinconia popolare del suo mondo statico, fermato da meraviglia o da tensione inerte: l'urto fra l'uomo moderno razionale e l'insistenza del sogno, o meglio il dialogo impossibile fra due opposte filosofie.
SALVATORE QUASIMODO

Ha
continuato a lavorare sodo con la tenacia degli anni oscuri, attento ad aggiornarsi con il gusto, ma senza arrivismo, senza salti nel buio, attaccato sempre al suo mondo interiore, a scavare dentro se stesso. Fra la produzione di Palermo e quella odierna non c'è alcuna frattura, ma approfondimento, elaborazione più consapevole della materia a contatto della giovane scuola romana orientata negli elementi migliori, verso l'espressionismo a cui egli si era già accostato per istinto prima di abbandonare la Sicilia. Ha dipinto in questi mesi alcune nature morte che segnano un progresso rispetto al passato, con una assimilazione più scaltrita di Rouault e di Matisse nell'uso del nero, nell'accentuazione dei volumi, nel risalto energico dei toni chiari che staccano gli oggetti con qualche involontario ricordo dei mostri fiamminghi che operarono a Palermo.
C'è un pò Sironi, ma c'è lui soprattutto con la poesia della solitudine e della disperazione che affiorano dai giorni della sua prigionia fra le squallide mura di un ospedale. Ci sono poi i paesaggi con i tori, il motivo della fuga che può essere assunto a simbolo del suo destino di uomo e di artista.
~ ~ ~
Nell'opera di Pandolfini c'è un motivo ricorrente che, alla luce delle teorie di Freud, acquista il valore di un test per la rivelazione dell'inconscio: un toro ispido di corna, di peli irti, di dorso inarcato, di zoccoli scattanti, di muso allungato, di frogle gonfie.
G. ETNA

E
' un discorso coerente questo di Pandolfini, con tutte le asprezze in primo piano e le contraddizioni anche, si che risulterà evidente l'impegno e la serietà della ricerca proprio là dove questo impegno è decisamente dichiarato, senza mezzi termini o strozzature.
~ ~ ~
Noi pensiamo al racconto popolare per quell'entusiasmo corale che accompagna la narrazione di Pandolfini. L'entusiasmo di una platea che si fa trepidante nell'attesa degli sviluppi della vicenda (e questo Pandolfini fa da spettatore e da protagonista, al di là ed al di qua della ribalta); esaltata nei momenti di forza; dolorante nella fase drammatica da cui emergono incertezze e disperazioni, quelle stesse disperazioni che in altro clima potrebbero divenire disperazioni storiche. La componente popolare che nasce dall'antico intagliatore di figure iconografiche facile all'agiografia del sacro, si solidifica nell'innesto della materia che mutua l'immagine con la forma, si chiarifica attraverso le ricerca scultorea che nel volume conquista spazio e dimensione propria da mitizzare. Da qui la sua posizione nei confronti della vita che è posizione di partecipazione umana con gli entusiasmi e le tragiche negazioni, e non posizione ironica o satirica: il rifiuto della metafora di cui dicevamo. Si spiega quindi il suo processo di interrogazioni sull'uomo che Pandolfini oggi avanza, questo misto di mitografia e realtà, questo inserire l'uomo in uno spazio scenico nel cui ambito esso rimane isolato, in un complesso di proposte che sono quelle che dall'uomo. ed all'uomo vengono, scaturendo da uno "spazio" di interrogazioni, sia questo spazio la "gabbia" di Bacon o la tela bianca dinanzi alla quale Pandolfini fa sostare il suo personaggio o nel cui limite perimetrale lo inquadra e lo dissocia.
V. APULEO

E
' un disegnatore siciliano di rara forza espressiva che non acconsente ad alcun compromesso con i vari stilismi e formalismi di cui spesso si compiace la pittura moderna.
G. BALDACCI

Una impostazione figurale sintetica e robusta -più forte ed intensa nei tori- ci dice che le critiche e i suggerimenti che gli demmo all'inizio del suo lavoro sono stati compresi assimilati e tanto approfonditi pittoricamente da restituire puntualmente, ora, l'immagine del suo temperamento inquieto, umbratile, e schivo, ma ormai fuori dal ripiegamento in se stesso, dal compiacimento diaristico, dal crepuscolarismo pittorico della sua fase iniziale.
M.P. BASILE

In
un triangolo che ha per vertici un toro, una femmina ed un cavallo lievita la ribollente fantasia di Emanuele Pandolfini, pittore e scultore quanto mai dotato, polemico fino all'esasperazione, ma soprattutto di esemplare modestia, mai soddisfatto di approfondire ricerche, d'estrose interpretazioni cui dà vita a ritmo davvero intenso. In definitiva con i suoi tori scattanti nello spasimo di incornare più le idee che uomini o cose, con i suoi cavalli composti in araldiche sequenze, con gli scavati e vibratili volti delle sue femmine, Pandolfini tiene viva una dialettica che investe vaste zone di critica del costume, una critica esercitata attraverso la lente d'una estrema probità, di puntiglioso rigore obiettivo: da ciò deriva la drammaticità delle sue composizioni, invigorite da un segno scorrevole, incisivo e scaltrito per lunga consuetudine di lavoro.
Il modo con cui " attacca " la creta imprime alla materia un crisma di alta poetica che trova gli accenti più acuti in una espansa orchestrazione, articolata su sottofondi contestativi, sonori per ribellione di voci, per scansioni psicologiche, per un allucinato incalzare di pieni e vuoti, probanti nel sottolineare i substrati ideologici dell'autore. L'inclinazione nativa a far muovere animali ed uomini con le improvvisazioni caratteristiche del puparo, patina di sottile satira tutta la sua fatica che non conosce limitatezze anche quando fissa agghiaccianti atteggiamenti (si noti la desolazione della grande figura di fanciulla tutta espressa dalle mani abbandonate per una stanchezza più antica del mondo) - o progressioni nella suspense erotica dei suoi tori in perenne metamorfosi; quella proprio che li inserisce in concettuose astrazioni.
Non c'è certo " grana grossa " nell'arte di Pandolfini, bensì un continuo riferimento a finezze di linguaggio pittorico, (più di umore che intellettualistiche), corroborato da un continuo divenire, bloccato da grafie squillanti al pari d'una sezione di ottoni nella poliritmia delle sue ultime punte secche.
A. BATTISTINI

In
questa linea di moderato modernismo, privo di orpelli letterari e di abili inganni, Pandolfini ha affrontato anche la pittura sacra, cogliendo nelle immagini una ieraticità sottile che, accostata ad una forma espressionisticamente concepita, ha risolto, con successo, un altro difficile problema dell'arte contemporanea; l'esistenza di una vera arte sacra.
P.S. BERNI

Pandolfini è uno di quei siciliani, di tipo Rizzo, Migneco, e poniamo anche Guttuso che pure praticando un'arte attualissima sentono risalire in se, per tramite segreto, gli spiriti arcaici di una civiltà diventata leggenda. Osservate del Pandolfini il suo dipinto " Il ratto d'Europa " con quella figura reale e irreale stesa sul dorso del toro che poggia il muso a terra. Il linguaggio di Guernica dell'opera è puramente occasionale, perché, a parte il fatto che Picasso si rifà anche lui a certa pittura vascolare, il carattere mitico del Pandolfini non è né culturale né riflesso. Anche il suo cromatismo, esempio d'un nero contro un rosso avvampante è quasi di portata allegorica. Con ciò non si esclude un naturalismo Pandolfiniano; ma è così personale, così prontamente immesso in un cursus stilistico che non si lascia quasi più riconoscere come tale.
M. BIANCALE

La sua arte violenta, panteista (come si governa peraltro con segreto rigore cosi come le protogotiche sculture del " Portail Royal " di Chartres o le litografie del Daumier o le invenzioni cubiste). La sua arte dalla veemenza drammatica che trasfigura il reale senza invocare astrazioni; la sua pittura icastica che si trasfigura fino a invocazioni espressionistiche, obbedisce alla sensazione che è poi genialissima intuizione. Egli ha liberato latenti forze oscure, millenarie dell'anima sicula e, con essa, tenta la sua sorte disperata e beffarda come l'unico mezzo eletto quasi fatalmente della sua anima morbosa e ardita.
B. BIGI

"Pandolfini ha scoperto che i veri amanti segreti delle donne meridionali sono i gatti. Tale scoperta non si deve iscrivere nel quadro di una descrittiva e scontrosa mitografia da "Metamorfosi" ovidiana. Potrebbe semmai offrirsi per una postilla al Lawrence viaggiatore nel Sud stregonico"... ...Ma, come dicevamo, dove l'ipotesi stregonica si fa più sagace, e più significativo il linguaggio pittorico, è nella rappresentazione di queste creature femminili, dai menti aguzzi, scavate, trasognate o ardenti, fosche di orgogli sconfitti, che hanno, o sono avute da un gatto e lo mostrano, vorremmo dire, lo confessano, abbracciandolo con furore, tenendolo sul braccio con dignità come un falcone reale o uno stemma, o brandendolo maternamente rimuginano antichi disinganni".
VITTORIO BODINI

In
questo artista il linguaggio è sottoposto all'analisi di una dialettica di carattere psicologico che è continuo fra la forma espressa come disegno e l'accento del colore che dà un carattere drammatico e di virulenza all'espressione stessa. Nei disegni egli si libera di quel travaglio psicologico e il suo segno diventa più discorsivo nelle figurazioni rese come appunti di una cronaca più sciolta e più vivace nei suoi caratteri.
A. BOVI

Rivedere
Emanuele Pandolfini, dopo molti anni, attraverso le sue opere, è come un tuffo nel passato. Immutata è rimasta la sua vena di sincera poesia, anche se il suo discorso si è fatto oggi più maturo, robusto e autorevole.
Immutato è rimasto il suo amore per la natura, e immutato il suo canto, ora sofferto, ora vivace, perché animato da una fiducia che trova origine nella sua forza creatrice senza finzioni e senza compromessi. Nell'aria romana che mostra di aver respirato profondamente, Pandolfini ha trovato la via giusta, sulla quale si è incamminato senza guardarsi indietro ma ritenendo tuttavia il passato come un punto da tenere sempre presente per il raggiungimento dei più felici e sicuri traguardi.
S. BRANCATI

Mai
, come da quando conosco Pandolfini, son persuaso di dover eNtrare nell'humus del pittore per poterne conoscere meglio la pittura. E Pandolfini non è un tipo facile, cosi come la sua pittura non è facile. Se fosse surrealista, semmai avesse subìto il fascino di Breton o di Fabrizio Clerici o di Minassian, potremmo tranquillamente dire che il suo è un genere freudiano riveniente dal sub conscio e dal sogno. Un sogno lungo tormentato sospeso fra l'essere e il divenire. Ma non è così, Pandolfini ha diverse origini.
Fors'anche frammentarie per quel tanto di Picassiano che gratta gratta (ciò non gli farà forse piacere) inconsciamente c'è, perché c'è in ogni sua composizione? - Chissà.
Ma potrebbe essere una fatto di cultura, di sedimentazioni quasi nostalgiche, intellettualizzate. Troppo cervello, insomma ma tanta tanta serietà nei suoi dipinti. Il suo disegno, la grafia marcata, precisa senza alcuna concessione al vago o al superfluo. Tutto nel dipinto di Pandolfini è costretto all'essenziale, al puro artistico. Diversamente non si spiegherebbero i consensi collezionati da autorevoli fonti, né si capirebbero i successi ottenuti in così breve volger di tempo.
M.CALABRESE

L'autorità
di Pandolfini sta proprio nell'aver superato il punto morto di una tematica di memoria espressionistica, dando tutto il peso che le compete alla " maniera visibile " dell'invenzione e del sentimento.
Non c'è dubbio che egli possegga una chiara ricchezza interiore.
R. CIVELLO

Qualche
cosa di allucinante, quasi di goiano, irrompe da questi inchiostri, disegni, che interessano sempre per lo svolgimento rapido, incalzante, drammatico, per l'ansia e quasi la violenza dell'espressione. Un genere nuovo, questo di Pandolfini, generoso, e irruente, che si conduce per vie inusitate, più aderenti allo spirito moderno fatto di ribellione e di conquista.
M.N. FERRARA

Le opere riprodotte danno un esempio della carica incisiva e violentemente drammatica che il suo disegno raggiunge. Eppure il sapore del drammatico non si distingue mai da una consapevole ironia, l'opera del nostro artista si bilancia su questi due aspetti facendo di entrambi un fattore di penetrazione, di denuncia del reale.
L.P. FINIZIO

Il suo segno è una vena che irrompe sul foglio a cercare l'essenzialità e la suggestione della forma: fa grumi; si spande, intiepidendosi. Ma è un segno acuto, rapido, che corre un impulso dietro un gesto; senza pentimento. Un segno pulito, leale; scoperto nella sua tenerezza poetica: talvolta amaro, puntiglioso, spregiudicato.
C. GIACOMOZZI

Dall'ombra
escono i volti delle genti a offrirsi come immagini nuove d'una terra bruciata: ma meglio le sue figurazioni più acutamente calcificate dei " Tori " colti nei loro momenti d'impeto, nel loro svolgersi da masse inquietanti a oggetti, animali in sviluppo quasi realistico, plasticamente inteso nella sua fase positiva.
R. GIANI

Pandolfini
occupa, come si è accennato, un posto non solo di primo piano, ma anche di chiara originalità, anche nell'ambito della pittura odierna di tendenza espressionistico-figurativa. Nel tempo in cui anche il ritorno al figurativo (attraverso la cosiddetta Nuova Figurazione) significa un accentuarsi della perdita di significazione del valore attraverso l'immagine, la quale diventa solo il tramite di non essenziali valori periferici e fenomenologici dell'esistere, Pandolfini opera un resistente e talora accanito recupero dal profondo della integrità dell'immagine figurale, come rispondenza dell'offerta degli oggetti del mondo in cui viviamo, e una nostra presa di coscienza in questo incontro con il mondo, attraverso la reminiscenza di una idealità mitica. Ma Pandolfini va ancora avanti, sulla strada della personalizzazione della propria visione del mondo. Egli cioè, come ogni grande artista che gli rassomigli, ha lavorato - durante gli anni della sua intensa ed attiva produzione - a tipizzare e rendere riconoscibile attraverso il linguaggio dei sensi (il più puro, sempre, nelle arti figurative) le figurazioni del suo mondo di Poeta e di artista.
Qui, in questi quadri, antichissimi e vigorosi tori si affrontano, oppongono la violenza del loro istinto liberatorio alla costrizione delle loro corna, simboleggiano gli Umani. Paurose nubi li corteggiano. E paesaggi deserti. O il Maestro-pittore, chino obliquamente sul foglio da tracciare, esegue con dignità l'operazione artistica; Saggio-anziano e vigoroso nei tratti del volto e del corpo, rinnova un'adesione intellettuale e partecipe al mondo etico dell'impegno cosciente e della programmazione. O il Pittore affronta la modella, dea nella solitudine nel suo obbligo di " posa ", di fronte impertubabilità dell'uomo alle lusinghe del sesso.
~ ~ ~
Ecco l'edonismo e la vibrante sensualità di Pandolfini. II suo accecarsi il bene degli occhi - umilmente, da grande - di fronte alla imperscrutabilità e profondità del mistero. Mistero appunto dei nostri sensi, dei nostri appetiti, del nostro inconscio.
Favoloso pittore dell'inconscio, potremmo appunto nominare il nostro Pandolfini. Dedito ed attento all'uomo interiore, imperiosamente volto a riconquistare quella zona di senso e di più lungimirante e primitiva poesia, che la più parte degli artisti iniziati agli ismí obliterano.
S. GIANNATTASIO

Crediamo
di ravvisare un "Ratto d'Europa " in un complesso viluppo di membra femminili e taurine che si avvinghiano sul filo di un mare verdastro in uno sfondo di cielo in tempesta; più oltre un minotauro rosso fugge inseguito da un bovino verde azzurro. Ma Pandolfini è attratto dal selvaggio che è in ogni animale, uomo compreso: felini magri e arrabbiati ringhianti come diavoli o sfoderanti le unghia in rivolta contro le carezze di una fanciulla, galli in battaglia con gli artigli spiegati, uomini animati da un impulso panico. Così gli antichi miti rivivono nella pittura di Pandolfini sotto forma di moderate allucinazioni.
F. GRASSO

E' un artista siciliano che drammatizza e deforma le cose del mondo - oggetti, animali, uomini e donne - per farli diventare simboli dell'animo inquieto, per caricarle di un pathos che il gusto di conoscenza risolva di colpo in interpretazione, carattere morale e stato di lirismo.
V. GUZZI

Perciò
i riferimenti culturali, vuoi di natura pittorica, con riporti soprattutto picassiani, vuoi di natura letteraria, con riferimenti più o meno palesi a Baudelaire a Poe e a Garcia Lorca, sembrano perdere il loro peso nell'autenticità e immediatezza del segno gesto, del segno movimento colore cui è affidata la possibilità di esprimere il dramma della situazione umana delle sue condizioni più ingenue e primitive. " Nuovo nelle sue rese di stile, certo, ma fedele ai risultati più " figurativi " (delle immagini, intendiamo, e non delle similitudini, delle analogie) delle sue ricerche. Non sfuggirà la costante strutturale della sua composizione, la curva ellittica o il cerchio in cui vengono a concludersi i suoi ritratti. Perché in ritratti, in "personaggi" si estende l'ultima produzione del pittore, anche nei tentativi drammatici o di racconto, quando più figure escono dai loro curvi involucri a chiedere lo sguardo dell'osservatore. Questa è ancora la solitudine, la malinconia popolare del suo mondo statico, fermato da meraviglia o da tensione inerte: l'urto fra l'uomo moderno razionale e l'insistenza del sogno, o meglio il dialogo impossibile fra due opposte filosofie.
A. IZZO

Pandolfini
è uscito fuori da una ripetizione meccanica di moduli ormai scontati, innestando nei suoi personaggi la insolita forza vitale. L'immediatezza del tracciato concorre altresì a delineare in un essenziale impianto anche le immagini che a prima vista potrebbero apparire macabre.
F. MIELE

Acceso
di passioni virili e morali, rigoroso fino allo sdegno, intriso di quella sorta di religiosità laica che produce i moralisti, Pandolfini ha aperto un violento dialogo con il costume dei suoi contemporanei. Questo pittore non viene a facili patti, non abiura, non si placa; la sua gioia è la lotta fino all'estremo, la sua forza è ravvivata dalla inquietudine del pensiero, è un insubordinato pieno di rigore, un templario traboccante di entusiasmo.
~ ~ ~
Tu appozzi nella lava cocente del tuo inferno un pennello sottile e acuminato come un coltello e tracci il corrodere dell'ironia a segni caustici: donne di piacere, cavalli imbizzarriti, divani a fiori, tori infoiati, alberi e specchi e parrucche, autoritratti cattivi e ritratti gentili, idillio e aggressione, agguato e sberleffo di un cavalcatore di femmine indefesso. Tu lavori fumigante e sulfureo nella caverna di Vulcano e aspetti Venere che, ogni tanto, viene a farsi perdonare. Ma tu mica ci caschi, nei suoi vezzi subdoli come una nassa ricamata di lische: la punisci, la spremi come un limone maturo e zuccheroso come i limoni della Conca d'Oro, e poi la butti via, appena senti il veleno nel seme.
U. MORETTI

Ciò che da forza al suo discorso è la possibilità di dissipare, con la drammatica tensione degli spazi e con la suggestione delle immagini che si proiettano con uguale verità dinanzi al pittore come all'osservatore, i riferimenti culturali che, se pur presenti si assimilano con prontezza al linguaggio di Pandolfini nell'atto stesso del suo farsi.
S. ORIENTI

I tori, i galli, i gatti, le donne di Pandolfini hanno raccolto nella vivacità cromatica, nel calore delle movenze, nella plasticità di certi atteggiamenti una carica di vitalità tale da sciogliere e neve e gelo dell'inverno pescolano. E questo calore è stato recepito dai tanti che hanno visitato la mostra e da quanti affascinati dalle opere hanno voluto portare nella loro casa un pezzo di questo calore, di questa atmosfera unica e irripetibile nella quale come per magia si sono trovati immersi.
A. PAOLINI

Pandolfini
è uno di quei temperamenti melanconici e ardenti in cui rabbia e pietà si intridono fino all'amalgama assoluto: si osservino certe sue figure muliebri, le sante armate e le intellettuali chiuse nella corazza di un'inattaccabile armonia, e per confronto le altre nude, languide, prostitute, sicure della propria assistenza carnale.
G. PATTI

Sono
tutti disegni di notevole effetto, a vivi contrasti di chiaroscuro in cui l'immagine si impone con vigore ed efficacia.
Il Pandolfini è un siciliano, fatto di impulsi, di carica emotiva, di entusiasmi e di ostinazioni.
C. REFICE

Al posto del tradizionale spazio illustrativo, Pandolfini ha sostituito una sorta di spazio-funzione che blocca e sblocca le figure, le inguaina e insieme le libera in tante situazioni e cose dell'esistere.
Dove ogni pennellata corrisponde a una misura, a un peso, a uno spessore.
A. ROSSI

Esaminando
i suoi diversi saggi profani e religiosi in pittura e in scultura non sarà difficile constatare che il Pandolfini risalendo le radici della tradizione è pervenuto alla manifestazione purissima del proprio spirito che gli consente di adeguarsi al tempo in cui le correnti moderne (escluse quelle di estrema avanguardia) hanno preso il sopravvento sulla voluta impronta d'uno stile classico e neoclassico per pronunciare un linguaggio comprensibile a tutti, che intende diffondere nelle nuove generazioni il gusto per il bello e il buono in arte. Nell'apparente violenza del modellato, in alcune opere di questo artista, si avverte la solidità dei suoi studi preparatori durante i quali ha agito ispirandosi ai fenomeni naturali prodotti da effetti di luce sulla materia elastica imponendosi di creare un perfetto equilibrio pra i pieni e i vuoti onde conservare al modellato l'evidenza delle linee e delle sagome al fine di non accentuare le proporzioni, che debbono essere rispettate nell'intera massa, ed i particolari degli elementi costruttivi curando in particolare l'espressività del soggetto interpretandolo in modo da stabilire l'armonia continuativa delle pose e dei gesti così come praticarono i grandi maestri del Rinascimento.
P. SCARPA

Artista
di talento e di robusta tempra il quale unisce alla notevole forza espressiva, sempre determinante nella crudezza del poderoso realismo figurativo che caratterizza le sue opere, un palpitante senso di vita e tanto impeto di passione.
V. SFORZA

Si distingue, tuttavia, per una sorta di furore tutto suo, per una carica di vitalità che lo porta oltre i limiti formali che la scuola neorealistica spesso impone ai suoi seguaci come dogmi quasi accademistici. Pandolfini parte dalla macchia, dalla sensazione e poi analizza, ricostruisce, studia organizza la sua materia. Ecco, allora, che i tori furenti, le femmine rapite dalla bestia, le carcasse spolpate, si placano in composizioni artisticamente valide, nelle quali colore e disegno sono assai equilibrati, condotti al limite di quella furia prorompente che ha mosso in primis la mano del pittore. Si giunge così ad atmosfere nelle quali può sorgere il segno pacato di una descrizione meno convulsa: è il caso come "modella n. 19 " nel quale siamo di fronte ad un idillio alle soglie del mito. Tra le cose migliori " toro n. 11" che è opera di ininterrotta tensione figurativa e che nei verdi e rossi che accompagnano le masse brune degli animali ha accenti espressionistici di significazione immediata.
C. SEGALA

Caratteristica prima di Emanuele Pandolfini è una virilità potente e triste, che dal campo suo professionale di scultore e pittore si estende spontaneamente all'interesse per qualunque manifestazione significativa di umanità, nel pensiero e nell'azione, pur ritornando sempre come " colomba dal disio chiamata " alla contemplazione e alla comprensione artistica. Ed è forse qui, in codesta veduta costante dell'arte immersa nella vita, e a tempo stesso interpretazione e rivelazione della vita medesima, che va ricercata l'origine del suo " gusto moderno " quel gusto moderno che lo induce a respingere risolutamente ogni criterio di perfezione classica e ogni artistico modello, per essere uomo del tempo suo e della sua Sicilia.
I.C. SESTI

Hanno
rilevato, anche nelle tue opere, lo spiccato carattere autobiografico, la scomposizione nel tuo pensiero dell'immagine e la ricomposizione della stessa sulla tela aliena di un verismo stucchevole, ma piegata alla forza del tuo carattere e inzuppata fino al collo dal senso del tuo umorismo che velato a volte di melanconia appare come rassegnazione e, invece è un atto di ribellione alla vita monotona di tutti i giorni.
C. SORESI

Una
ricerca tra le più difficili quella che va operando da diversi anni Emanuele Pandolfini. Segno di vitalità e di impegno e soprattutto di intelligenza.
Pandolfini non guarda più alla solidità narrativa di Picasso (il primo amore di tutti i giovani pittori), da quando la sua accesa immaginazione ha riscoperto la sua terra d'origine. La Sicilia con i suoi rituali, la sua civiltà contadina, ma in rapporto contestatario con la realtà di oggi, con tutte le stratificazioni storiche e sociali che esso comporta.
N. TEBANO

Il fauno, sia nella versione ironica, acre e tutt'altro che sorridente, sia in quella più problematica in cui diventa ritratto dell'uomo o immagine speculare attraverso il recupero del mito classico, rinnovando l'autenticità dell'enigma e la presenza dell'elemento diabolico, certo non costituisce un repertorio nuovo e con ben altre capacità inventive, tragiche o ironiche, è già stato utilizzato (e non pare certo inconscio " quel tanto di picassiano " che c'è). Il mito classico è elemento di mediazione tra la realtà e il sogno, traduzione in chiave psicologica dell'eterno dissidio dell'uomo. Il toro, colto sempre in una vigorosa tensione, pronto alla lotta, simboleggia una virile qualità di forza e di " virtus " che il pittore ricerca nelle immagini più originarie della mitologia classica. La trasfigurazione in pittura tenta di mediare l'univocità del simbolo con una sfumatura malinconica, riportando il simbolo stesso a continua occasione pittorica, sebbene però questa trasformazione non riesca a superare i limiti di una tradizionale narrazione di natura pittoricistica e di un'immagine abbastanza prevedibile.
L'espressionismo, comunque, è il linguaggio più compiutamente scelto dal pittore. I ritratti, sopratutto autoritratti, denotano una continua, preoccupata attenzione del pittore a se stesso in quanto pittore, ed è in questi termini che ama cogliersi spessissimo. C'è in Pandolfini una volontà semplicistica di affrontare i più acquisiti temi dell'arte contemporanea, di battere le vie più didascaliche del fare pittura, ed il tentativo generico della citazione. Il passaggio dal ritratto (espressionismo) alle immagini-memorie picassiane costituisce un riassunto di alcuni grandi repertori linguistici recenti.
C. TERENZI

Ugo
Moretti, nella sua appassionata presentazione, definisce Pandolfini un temperamento melanconico e ardente. Ed è una definizione che si attaglia perfettamente a questo espressionista, tormentato da un tarlo un po' demoniaco e, nello stesso tempo, propenso all'elegia, al canto spiegato.
L. TRUCCHI

La strada decisa dall'artista è di giungere ad effetti contrastanti ma rapportati; fare una pittura essenzialmente concettuale tramite l'uso di pochi elementi come nel ciclo degli stati d'animo, da " incubo " a " evocazione " e " sensazione ".
Opere queste che estrinsecano nel modus illusorio un neo espressionismo dai tratti e da pennellate corpose.
Scene istantanee di " catarsi " intime dell'uomo.
D.VALENTE

Pandolfini
appare solidamente legato agli schemi di una cultura post-impressionista, non senza una intenzione garbata e prudente di assaggi nella avanguardia storica. L'artista raggiunge un lirismo che è pari alla sintesi.
M. VENTUROLI

L'esperienza
del dolore patito a lungo ma non senza frutto, ha spinto Pandolfini a denunciare l'irriducibile violenza di certe situazioni, nelle quali pare che una foga bestiale e impietosa si accanisca inspiegabilmente.
L. VERZELLESI 

E' una cosa bellissima trovare un vero artista come Pandolfini, che devo dire sono felice di conoscere. La mia speranza adesso è che la stessa felicità l'abbia lui nell'aver conosciuto 'il compaesano' ammiratore.
S. FIUME

"…osservando con rabbia, con dolcezza, con furore o passione, un pittore come Pandolfini lascia una traccia di sé, l'orma del suo passaggio sulla terra".
BRUNO CARUSO

Ed ecco che in rapida successione racconta la donna allo specchio e quella onirica che riposa o passeggia sulla battigia di una spiaggia surreale; la donna sguaiata, esagerata di forme, divertente, procace, senz'anima.
A.SPADARO

V'è un po' dell'ancestrale in questa iconografia di Pandolfini, che mobilita i ricordi di un passato a lui remoto, e comunque radicato nella memoria di una vita già prima vissuta; ma di un ancestrale luminoso: magari per la dedica di un tempo lontano, di un fuoco che vede ancora acceso, di un talento pilotato sulle ali del pensiero che va, senza turbarsi, all'indietro, per poi rifuggire ed incamminarsi in una coscienza nuova, ove gli ideali e i sogni sono tutt'uno. Ricchezza e povertà di un bene che il pittore sente in qualcosa di natio.
E non è che poi, scova e cerca, questo sia solo pensiero e mistero, ma verità tale, che lungo il recinto dei sentimenti che corrono senza sfuggire, è presente sempre una dedica d'amore, un impulso di passione, una coscienza di poesia.
I pozzi dell'umana esperienza, nella pittura di Pandolfini, sono molto vicini ai deserti dell'anima ed alle ferite del cuore; e le coscienti ragioni che spingono a questa crudezza che non porta certo l'inedito - legato come si sente alla trinacria terra, con la donna dal viso nel sole, col carro che porta lontano storie antiche dei pupi e le leggende degli innamorati, in un paesaggio in cui il colore della terra diventa tutt'uno con quello del cielo - con la forza e la materia sollecitano alla scelta tra il gelo ed il fuoco, l'odio e l'amore, l'orrido ed il piacevole, con acutezza non sfuggente ai crolli del dramma.
M. MAIORINO

Il siciliano Pandolfini è di una razza diversa. Anche lui inquieto, anche lui vivacemente, pervicacemente mobile, si affida però con fiducia assoluta alle proprie viscere. In lui, quasi fatalmente, l'attitudine intellettuale agisce a livello dell'intuizione per tradursi immediatamente in gesto fisico. E' assolutamente certo, quindi, che per Pandolfini l'anima non esiste: tutto ciò che non si può vedere, toccare, stringere, desiderare con tutta la propria intensità corporea non lo riguarda; il mondo lo interessa e lo intriga solo in quanto concentrato per lo più violento di odori, di sapori, di materia, di sesso, di accanito amore. Perfino il sogno, o l'incubo nel quale più spesso si degrada ed esplode sconvolta la fantasia onirica, sono carichi di intensità concreta, tattilmente terrestre: cosicché anche i suggerimenti del surrealismo gli si alimentano sempre di una sorta di furiosa e tenera sostanza materiale, di un calore mediterraneo. In Pandolfini il contatto, la corrente con la realtà più visibile non stacca mai, neppure nei momenti di più libera e disancorata inventività: e se all'origine di questo suo contegno ci sono di certo la sua natura meridionale da una parte, e dall'altro la sua primitiva educazione di artigiano intagliatore, di artefice sapiente di una materia dolce e sorda al contempo come il legno, davvero "prima" in ogni senso; poi c'è la crescita delle sue esperienze, culturali, che per quanto cruciali e dirompenti non riescono, come non di rado capita, a sminuire l'incandescente espansività dei pittore, la sua disponibilità tutta scoperta, si direbbe sfrenatamente romantica ma senz'ombra di sentimentalismo, solidamente lirica, nel senso della sprezzatura di qualsiasi elegante continuità lineare e cromatica, nel senso del grido, della violenta escandescenza che passa, il più delle volte, attraverso la carne e la dolorosa passione dell'artista.
M.LUNETTA

La natura si esprime liberamente, le forme sono tutte fascinose e come viste in un sogno. Di questa temperatura si nutre Emanuele Pandolfini, pittore e disegnatore non collocabile in nessuna sigla, libero da riecheggiamenti, sempre pronto a seguire il suo istinto che lo porta a disegnare snelli cavallini, figure femminili dal fascino un po' zingaresco, alberi nodosi che proteggono gli isolati personaggi alla ribalta.
Un mondo di piccole esperienze, più oniriche che reali, disegnate con mano ferma e fitta e con un frasario formale e cromatico corretto e privo d'incertezze. Un pittore che si muove a suo agio nel piccolo formato e che non tradisce mai la gradevolezza che ha preso come fine e punto fermo della sua opera.
E. BILARDELLO

Senza problemi aridi, senza problematiche assurde di linguaggio, senza allegorie incomprensibili, ma di un puro istinto grafico, Emanuele Pandolfini accende il gioco complesso di tratti veleggianti in campi arcaici, perfino mitici (richiami ad una arcaica zona micenea e cretese, diciamo paleomediterranea; recupero di strati apertamente ritualistici; convocazione di fonti etnografiche ispane, sicule, più genericamente mediterranee; accostamenti a dense mitologie in apparenza africane che definiremmo neo-mediterranee) e di pacate convenzioni di osservanza poetica, lirica, linguistica; vivifica i momenti, sfrenati e controllati al tempo medesimo, della sua irradiante tristezza, della suo traumatica naturalezza. I temi, esaltati con semplicità da una inserzione di umori ora grotteschi, ora satireschi o inquietati da una avventurosa immediatezza, conducono, lungo gli anni operosi, come una specie di umile e sincera rapsodia, oscillante (anche ambigua) fra le semenze etnomitologiche e le pronte rese alla realtà del quotidiano.
E. VILLA

Fin dal suo primo apparire sulla ribalta quanto mai chiassosa ed eterogenea della scena romana, Pandolfini si mise in luce, impetuosamente, per certe sue preferenze culturali, tematiche e formali. Animali in lotta, tori e figure di combattenti si intrecciavano, si scontravano sul foglio bianco per mezzo di un "ductus" grafico di una vigoria inconsueta in cui segnalammo, in occasione di una mostra, gli indizi di una vocazione pittorica e i segni di una individualità degna di attenzione.
V.MARTINELLI

E' vero che il tema del pittore e la modella da lui affrontato non è né nuovo né suo, ma bisogna notare che questo soggetto sommerso da una pittura barbarica e visionario, ha ormai nelle sue mani un carattere che è molto diverso da quello di Picasso e di Manzù.
S. MAOVAZ

Pittorico o grafico, il discorso di Pandolfini, a prescindere dai futuri ritrovamenti, è ormai pienamente maturo. Chiaramente delineato. Poeticamente coerente. Dopo averci ricordato le pastoie e le pericolose illusioni del troppo umano, ci propone, come unico scampo l'evasione nel mito. I cieli di questo artista, nobilmente impietoso, dimenticano le amarezze dei mondo e si aprono, altissimi in un antico sorriso.
G. FUSCO

Per Pandolfini l'immagine è soprattutto alterazione o deformazione di un'entità che si dilata o si trasfigura, in nome di un disordine ciclico, che porta l'autore a giocare tra ilarità e seriosità in un'altalena di rocambolesca e perenne avventura umana. Le sue immagini non sono sempre deformi o alterate. A volte esprimono sensualità o candore. Per Pandolfini nulla è immutabile o attuato; perciò si preoccupa di cogliere i lati sfuggenti che sono simbolo di movimento disordinato e quindi decomposto. Nulla - sembra dirci l'autore - è armonico, ma tutto è regolato da un caos di inafferrabilità, sinonimo di attuazione di un male generale che coinvolge ogni cosa. Si potrebbe definire felliniano il suo mondo che si muove verso un'assurdità vitale che tutto scuote e sposta.
V. CARRATORI

II carattere peculiare delle opere di Pandolfini è una certa carica di "sicilionidi" (che non è la trascrizione di ambienti, più o meno folclorici, isolani quanto invece la solare violenza di native sensazioni), riscontrabile sia nella forza del segno sui moduli di un "racconto" quasi sempre favolosamente realistico sia nei modi quasi "contabili" adoperati.
In questo suo contesto, Pandolfini esprime oltre il dramma della vita, definito pirandelliono, del sarcasmo e, più in alto, dell'ironia.
V. SAVIANTONI

Nella concezione che anima l'opera di Emanuele Pandolfini è la memoria che dà coesione alla verità dell'immagine, e perciò alla presenzialità del mito, di solito ritenuto legato ad una idea non rispondente alla realtà attuale e concreta. Ma occorre anche aggiungere che è la forza iconica della realtà che dà consistenza alla sua fantasia, e perciò alla forma poetica delle sue immagini mitologiche. Infatti la visione ardente del suo mythos - narrato con un linguaggio affabulante che non contempla la dimostratività razionale dei lògos e nemmeno il mimetismo naturale - trascende l'interpretazione insieme astraente o ingannevole di una realtà senza verità e di una forma simbolica senza pensiero. D'altra parte la sua visione non soggiace alle contingenze fisiche e psicologiche, ma interpreta e approfondisce i motivi originari e metafisici che stanno alla base della mitopoiesi. Cioè alla base di quell'attitudine dello spirito umano che consente all'artista di creare storie fantastiche, attingendo alle origini sconosciute e alla parte più profonda di se stesso.
L. TALLARICO

I "personaggi" di Pandolfini sono nella vita immersi profondamente, la loro è un'apparente immobilità, in essi scorre l'esistenza che si trasforma e che subito stimola l'uomo a prenderne atto, e se capita che l'uomo nella sua ulissiaca vicenda si smarrisca per un attimo vinto dai fotofagi o dalla sirena o da circe, la vita col suo linguaggio gli salta addosso, sfonda i suoi morfei di tela.
La forza della vita è cosi manifesta in Pandolfini che diventa un problema etico, come in egual misura e forse di più lo diventa per l'artista, artefice senza retorica della vita delle sensazioni e delle immagini, le quali non sono collegate a un mondo artificioso e subalterno ma affondano le loro radici nella sorgente della genesi.
La pittura è un'azione che non inizia nello studio del pittore, vi "passa" e qui si accende di nuovi stimoli e nuovi significati per cui lo "studio" diventa qualcosa d'altro della "fucina" per essere stanza delle case della città attuale e di memoria, comunque una stanza "normale" di vita con gioie e dolori, speranze e trasalimenti,
Forse la "stanza" del pittore ha qualche furore in più o perlomeno la lotta tra le forze che compongono il pensiero per farsi espressione lampante è più evidente e drammatica. Il pittore si sacrifica per il suo prossimo, affronta il "flusso" con tutti gli imprevisti, demone o musa o angelo che siano. L'artista ingaggia un duello aperto con se stesso e con la chimèra, con le forze visibili ed invisibili, il suo spasimo ha un ansito vitale, il suo pensiero batte contro il drappo delle profondità psichiche e dell'ignoto. A volte i momenti sono così drammatici che "l'ispirazione" pare abbia soffiato troppo la sua immagine creativa e questa voglia aggredire l'artefice per annullare il confine precario tra se e il pittore.
Questa consapevolezza storica e culturale di un'arte che definisca il ritmo della vita e ne acquisti in partecipazione e significato caratterizza l'opera di Emanuele pandolfini, La sua vitalità positiva è quello che concisamente dice Guttuso quando scrive di Pandolfini che è cosciente e critico d'una "società disgregata" e non di "una realtà disgregata".
V. RIVIELLO

La femmina, nelle opere di Pandolfini è allegoricamente ed ironicamente rappresentata come simbolo fantastico della bellezza, della sensualità, dell'erotismo, della sacralità, della purezza, del mistero.
Pandolfini crea così un mito nel mito, con un linguaggio particolare, che recepisce, tra memoria e citazione, varie esperienze, dal post-cubismo al realismo moderno di matrice siciliana, secondo una personale grafia ed una ancor più particolare sensibilità impregnata di fiaba e leggenda.
G. PROIETTI

Si può affermare di Pandolfini la complessità nella quale matura concetti, espressioni con varianti di allegoria, simbolismi e l'assoluta originalità della sua iconografia. Un super dotato di forza espressiva, dal segno sicuro, efficace senza ripensamenti.
A. ZAMARION