


| EMANUELE
PANDOLFINI O L'ARTE COME VITA "Ciò che forma il nostro carattere", scriveva nel 1960 Alberto Moravia in una nota autobiografica, "sono le cose che siamo costretti a fare, non quelle che facciamo di nostra volontà". Lo scrittore romano si riferiva, specificamente, alla grave malattia che lo aveva colpito
Gli indifferenti, il romanzo che doveva rivelarlo narratore nuovo e originale, in pieno contrasto con la prosa d'arte e il dannunzianesimo che fra gli anni Venti e gli anni Trenta dominavano ancora la scena letteraria italiana. Emanuele Pandolfini potrebbe dire le stesse cose che scriveva Alberto Moravia, ossia che la caduta di cui restò vittima quando aveva tre anni e che lo costrinse a stare in ospedale fino ai dodici anni, fu uno dei fatti più importanti della sua vita. Fu infatti in quel periodo che, condannato all'inerzia fisica, rivelò la sua attitudine al disegno, al lavoro manuale, o comunque ad un'attività che non richiedesse piena libertà di movimento. In qualche modo, anche per lui la vocazione era segnata, tanto più che, come insegnano Sigmund Freud e i suoi discepoli, è negli anni dell'infanzia che la personalità si forma o si fonda, con conseguenze profonde per il resto della vita. "L'arte come vita ": è questo il motto che si potrebbe adottare per scrittori e pittori come Alberto Moravia ed Emanuele Pandolfini, rovesciando l'emblema della "Vita come arte" che era proprio dei grandi decadenti europei, sia pure in un significato diverso da quello che Ugo Spirito dava al suo saggio La vita come arte. La vita che impronta l'arte, favorendola o contrastandola, a seconda dei casi e delle circostanze. Uscito a dodici anni dall'ospedale, Emanuele Pandolfini si ritrova, nella nativa Palermo, in piena guerra, nel caos. Alle difficoltà comuni si aggiungono, per lui, i postumi della caduta, che lo condizionano fortemente, e le avverse vicende familiari. A tre anni ha perduto il padre; è la madre che ne segue le sorti. Sfruttando la sua attitudine al disegno, entra, come intagliatore di casse funebri, in una delle molte botteghe artigianali che sorgono nel capoluogo dell'isola. Poi passa ad intagliare i mobili, compiendo un piccolo salto di qualità. Poi apre una propria bottega, conquistando una relativa autonomia. Ma, più che l'artigianato, il suo obiettivo è l'arte. Segue un corso di scultura all'Istituto d'Arte e si avvia nello stesso tempo alla pittura,
Ma la vita batte alle porte dell'arte, per così dire. A diciassette anni ha perso anche la madre, ed ora è solo, non può fare affidamento che sulle sue proprie forze. Un lavoro fisso presso l'Ente della Riforma Agraria, nel quale dovrebbe collaborare alla realizzazione di un grande plastico per la diga del Belice, lo sottrae alle difficoltà immediate, consentendogli di continuare a seguire, nello stesso tempo, i corsi all'Accademia. Apre un proprio studio, come scultore, e, forse per sfuggire alla solitudine, si sposa. Ha diciannove anni: dietro di sé non ha che vicende tristi, ma il futuro è aperto ad ogni evenienza. Bastano pochi anni, e quello di Emanuele Pandolfini è un nome noto negli ambienti artistici e intellettuali di Palermo. I primi successi li raccoglie come scultore: nella mostra che viene allestita nel 1957 a Monreale ottiene il primo premio con una delle sue opere; successivamente ne conquista un altro alla quinta mostra di Arti Plastiche e Figurative di S. Flavia. Ora ha ventotto anni, ma possiede già un piccolo patrimonio personale, suo proprio: un notevole talento come scultore, che si traduce in forza espressiva ed eleganza formale; una non meno notevole abilità nel riprendere la figura
Anche Emanuele Pandolfini punta su Roma. Egli giunge nella capitale nel 1961 e vi trova udienza abbastanza rapidamente. Nel marzo dello stesso anno gli viene allestita una mostra di dipinti a "La Bottega", la galleria che è stata appena inaugurata in piazza G. G. Belli con una esposizione di Monachesi. E' presentato al catalogo da Giacomo Etna, il quale osserva che il pittore siciliano è giunto a Roma preparatissimo e informato sul gusto moderno: "Si sente che deriva da un filone della pittura mitteleuropea, che con l'espressionismo ha dato un'impronta a gran parte dell'arte contemporanea, contrapponendosi all'astrattismo per una esaltazione dei valori umani e dei contenuti". Ma aggiunge: "Pandolfini ha un suo mondo da evocare con questo linguaggio di tensione cromatica: "una paura ancestrale per cui popola i quadri di mostri favolosi che galoppano sotto cieli di fiamma ". Una partenza lusinghiera, che gli dischiude crescenti possibilità: realizza, ad iniziativa del Comitato siciliano per le celebrazioni dell'Unità d'Italia, un busto in bronzo di Garibaldi che viene issato in una delle principali piazze di Bucarest; apre
Scrive Vito Apuleio: "Il linguaggio di Pandolfini non segue necessariamente le regole di una metodica cronologia e l'urgenza di emozione lo porta a spostare vivacemente la propria angolazione critica con punte di attacco che passano dal post-impressionismo, attraverso cenni cubisti, all'espressionismo". Scrive Marcello Venturoli: "Pandolfini appare solidamente legato agli schemi di una cultura post-impressionista, non senza una intenzione garbata e prudente di assaggi nell'avanguardia storica: certi ambienti, gli interni con la lampada, per esempio, ricordano nell'impaginato un certo Matisse. Nei paesaggi l'artista raggiunge un lirismo che è pari alla sintesi e si manifesta proclive alla lezione dei fauves ". Scrive Franco Miele: "Pandolfini dimostra di possedere un ampio respiro e sa muoversi con genuina sensibilità in diverse direzioni". Un giornale palermitano intitola un articolo su di lui: "Pandolfini: un pittore siciliano che conquista la capitale". Questa "conquista " si protrae, senza apparenti difficoltà, per tutto il corso degli anni Sessanta, pur se in quel decennio si verificano avvenimenti clamorosi, con l'irrompere in campo di artisti di ogni tendenza, a cominciare dai pittori della cosiddetta "Scuola di piazza del Popolo ". Nel 1970 il nome di Pandolfini figura sulla copertina di una voluminosa monografia nella quale se ne ripercorre l'attività come pittore, grafico, scultore. Curato da Elio
Scrive l'autore della Vucciria: "Sin da quando ho cominciato a vedere il tuo lavoro e a seguirne gli sviluppi, mi pare che tale lavoro si svolga sempre in questa continua dialettica tra passato e presente, in una interpretazione espressionistica, drammatica, sia della realtà presente, sia del mito. Esempio di questa tua capacità è il tuo tema più ricorrente: il toro; che è, allo stesso tempo, il toro di Pasifaee e il toro di Lorca e Picasso". Scorrendo il volume, osservando le opere che vi sono riprodotte e leggendone i titoli, l'impressione che se ne ricava è netta: al di là delle lezioni fauve o matissiane, espressionista o cubista, surrealista o d'altro genere, Pandolfini rivela ed esprime, con timore e tremore, irruenza e passione, vigore ed eleganza, un proprio microcosmo personale: un microcosmo in cui albergano, sotterraneamente, fantasmi, incubi, allucinazioni, ma che si apre ed esplode in paesaggi lucenti, notti di plenilunio, 'finestre sul cielo". L'espressionismo che si riscontra nell'opera di Pandolfini trae alimento, più che dalle lezioni della celebre scuola d'avanguardia, dalle asperità, dalle contraddizioni e dalle pulsioni profonde che covano nella personalità del pittore-scultore siciliano. In una nota dedicata al suo concittadino, Bruno Caruso scrive che nell'arte di Pandolfini si ritrova non solo la terra in cui è nato ma qualcosa di prenatale e che appartiene alla storia della Sicilia e alla storia dell'arte figurativa siciliana: la Spagna soprattutto e la pittura spagnola. Aggiunge Caruso: "Le opere di Pandolfini sono pervase da quell'ironia peculiarmente spagnola, sempre velata di tragedia. E per quanti sforzi egli faccia per volgere il suo istinto tragico in una commedia amorosa popolata di donnone e di donnette dall'aspetto gitano e provocante, sempre pare che dietro il sofà del pittore si nasconda l'ordito d'un delitto; o dietro l'albero secco d'un inverosimile amore campestre penzoli la carcassa d'un sergente squartato durante 'les desastres de la guerre'. Ed è lì, in fondo, la chiave di tutto, la spiegazione della nostra breve esistenza, in bilico fra amore e morte, fra 'Eros e Thanatos'". Anche gli anni Settanta segnano per Emanuele Pandolfini un periodo felice. L'arte e la vita
Scrive Mario Lunetta: "Una folla di tori irrompe nelle tele, scalcia e incorna secondo traiettorie curve, segnate dalla linea impeccabile, tonda e piena, che è una sigla inconfondibile del pittore italiano. Spiagge violentate da una luce ferocemente bianca sotto l'arena di spasmodici scontri taurini, di cariche a testa bassa contro il vuoto, il nulla, la cecità suicida". A partire dagli anni Ottanta la vita riprende il sopravvento sull'arte, imprimendo all'attività del pittore-scultore un andamento quanto mai problematico ma continua a lavorare, a disegnare e dipingere, a fare mostre, ad essere recensito da critici di nome, come Enzo Bilardello, il quale scrive nel 1986: "La natura si esprime liberamente, le forme sono tutte fascinose e come viste in sogno. Di questa temperatura si nutre Emanuele Pandolfini, pittore e disegnatore non collocabile in nessuna sigla, libero di riecheggiamenti, sempre pronto a seguire il suo istinto". Oggi Emanuele Pandolfini si ripropone con una serie di quadri nuovi e sorprendenti (da L'uccello di fuoco a Stefania e il gatto, da L'amour fou a La Pensatrice, da Tensione esplosiva al Ratto d'Europa, etc.) che rivelano forza, immaginazione, vivo senso del colore, nonché una vena umoristica rara. Bernardo Berenson diceva che lo scopo della pittura era quello di accrescere la vitalità di colui che riguarda. I dipinti di Pandolfini non solo accrescono l'energia di colui che li osserva, ma sono anche spesso motivo di un sottile divertissement. Costanzo Costantini |
|||||||||||||
| EMANUELE PANDOLFINI
è nato a Palermo nel 1929. All'età di diciotto anni si iscrive all'Istituto d'Arte di Palermo, seguendo il corso di scultura. Contemporaneamente si dedica alla pittura e viene ammesso all'Accademia di Belle Arti, ove il Prof. Pippo Rizzo lo indirizza verso il suo modernismo moderato. E' combattuto, frattanto, fra la scultura e la pittura, attratto ora dal fascino del colore, ora dalla severità del volume. Tuttavia i suoi primi successi gli vengono proposti dalla scultura. Nella mostra di Monreale del 1957, infatti, ottiene il primo premio con un'opera plastica. Mentre un altro premio gli viene assegnato alla quinta mostra d'Arti Plastiche e Figurative a S. Flavia. I ritratti di eminenti personalità (fra cui il Cardinale Ruffini e lo scrittore Brancati) eseguiti in quegli anni, rivelano anche le sue eccezionali doti di ritrattista, acuto e lungimirante. Nel 1959, espone per la prima volta con una personale di pittura alla galleria Flaccovio. In questo periodo incomincia a frequentare l'ambiente artistico siciliano ed il suo studio diviene il centro d'incontro di pittori, giornalisti e critici. Nel 1961 si trasferisce a Roma. Con una personale tenuta alla galleria "La Bottega" prende i primi contatti con il pubblico della Capitale. E' presentato in catalogo da Giacomo Etna. Pochi mesi dopo, in occasione del Centenario delI'Unità d'Italia, l'ambasciata Romena gli commissiona un busto di Garibaldi per una piazza di Bucarest. Sull'avvenimento, un documentario a colori della INCOM viene proiettato su tutti gli schermi nazionali. Viene premiato alla mostra "Città di Segni". Viene invitato alla terza rassegna d'arti figurative di Roma e Lazio. Nel 1962, I'Editore De Luca pubblica una monografia su Emanuele Pandolfini. Nello stesso anno, tiene una personale alla galleria Artisti d'Oggi, a Roma, presentato da Vito Apuleo. Da questo momento si fa conoscere da alcuni dei maggiori esponenti della pittura italiana e di lui scriveranno, fra gli altri: Marcello Venturoli, Carlo Giacomozzi, Renato Giani, Valentino MartinelIi, Franco Miele, Valerio Mariani, Claudia Refice, Renato Civello, Piero Studiati, Berni, Sigfrido Maovaz. Nel 1963, ancora alla galleria Artisti d'Oggi, espone una personale di disegni, presentato da Virgilio Guzzi. Nell'occasione si incontra con Renato Guttuso, con il quale si lega d'amicizia. E' invitato allla mostra "Pittori d'oggi a Roma" organizzata dai Lyons Clubs ed a quella "Colore Romano" ordinata nella galleria Gussoni di Milano. Espone alla mostra "Artisti del nostro tempo", alla galleria Laurina e successivamente alla galleria Anthea nella mostra Internazionale "Sette Scultori", con: Fazzini, Greco, Tot, Mascherini. Viene premiato al " Premio Ramazzotti " e partecipa alla mostra "Città di Lucca". E' invitato al quinto premio " Avezzano " ed alla "1° mostra d'Arte Sacra" a Celano. Nel mese di novembre alla galleria Anthea tiene una personale nella quale il toro è il maggiore e insistito motivo, e mette in evidenza il risultato d'una indagine scrupolosa ed appassionata dell'animale. La sua arte attinge a un contemplamento di idealità classica e ad una attualità di stile del tutto moderno. Nel 1964 allestisce una personale alla galleria Ghelfi di Verona. In questa occasione di lui scriveranno Meloni sul "Corriere Lombardo", VerzelIesi sull'"Arena", Ferrara sulle "Arti", Segala sul "Gazzettino del Lunedì", Cenna su "Pensiero ed Arte". E' invitato alla mostra del "Piccolo Dipinto" alla galleria della Biennale di Palermo ed alla mostra "Sicilia 64". Assieme a noti artisti illustra un volume di poesie "30 liriche veronesi" edito dalla galleria Ghelfi. E' invitato a partecipare alle "Firme Celebri" per il Muretto d'Alassio; successivamente al premio "Il Saladino d'oro" dove viene premiato. Illustra ancora un volume di poesie di De Gaudio edito da Rebellato. Partecipa alla mostra "Pittori Contemporanei" alla Laurina. E' presente nelle collettive delle più qualificate gallerie d'Italia. Nel dicembre del 1964 tiene una personale alla galleria Laurina presentata in catalogo da Carlo Giacomozzi, "... nella quale focalizza gli esempi della sua ricerca in una serie di dipinti i cui motivi figurali dichiarano i problemi e gli assilli del pittore dinanzi alla tela bianca, documentando oggettivamente le proprie esperienze ed esprimendo allo stesso tempo l'inquietudine interna di ogni altro artista severamente impegnato con la pittura". Nel 1965, ancora una personale alla galleria Flaccovio, a Palermo. E' invitato alla quinta rassegna d'Arti Figurative di Roma e Lazio. La Rai nel programma "Ultimo Quarto" gli dedica un commento di Renato Giani "Il silenzio come espressione morale". Partecipa alla rassegna "Pittori di tre generazioni" a Taranto e viene premiato al "Premio nazionale Posillipo" a Napoli. Successivamente, a Lucca, tiene una personale alla galleria S. Michele. Nel 1966 presenta una personale alla galleria "Giulio Cesare". Viene premiato alla mostra "Il Piccolo Dipinto" alla galleria della Biennale confronto delle maggiori gallerie di Palenno. E' presente alle Aste di Brera, Hilton e Fiammetta. Dello stesso anno, è una personale alla galleria "Il Babuino" a Roma. Nel 1967, personale alla galleria "La Rosta" a Bari. Partecipa al premio "Fiorino" e al premio "Genazzano". Nel 1968, ancora a Palermo, tiene una personale alla galleria "L'Asterisco" presentato in catalogo da Michele Calabrese, "... mai, come da quando conosco Pandclfini, son persuaso di dover entrare nell'humus del pittore per poterne conoscere meglio la pittura, e Pandolfini non è un tipo facile, così come la sua pittura non è facile". Illustra un volume di poesie della scrittrice Silvia Franchi edito dalla Sifra. Esegue trenta disegni, presentati da trenta autorevoli critici, raccolti e pubblicati dall'edizione "Il Poliedro". Nel 1969, espone, con una personale alla galleria "Consorti" a Roma, trenta disegni sul tema "La donna e il gatto", presentato da Vittorio Bodini. Le sue opere sono presenti nei maggiori musei d'arte moderna sia europei, che americani. Oltre che in numerose collezioni private d'importanza nazionale. Nel 1970 Sandra Giannattasio ne cura un'agile monografia dalla quale abbiamo ricavato queste note biografiche e che costituisce un primo bilancio critico pertinente e documentato. In questi ultimi anni ha intensificato con vivo successo la sua presenza in significative manifestazioni dell'arte in Italia e all'estero. |